Pomeriggio

progresso

Oggi pomeriggio mi sono rintanata nello studio che spesso si tramuta in angolo stiro e, mentre cercavo di togliermi di torno un’immensa montagna di maglie, magliette e pantaloni, ho  deciso di guardare uno dei miei “film da stireria” come li ha ribattezzati Matilde: “C’è posta per te” con Meg Ryan e Tom Hanks.

E’ vero, guardo sempre gli stessi film: “C’è posta per te”, “Julie and Julia”, “Twister”, “Chocolat”… o i film italiani in bianco e nero, per intenderci quelli con Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, quelli in cui non si notava tanto intensamente la differenza tra finzione e realtà, la vita quotidiana era raccontata fedelmente. Non sono film impegnativi e sono la compagnia giusta da condividere con il ferro da stiro.

Ovviamente, data la mole di panni da stirare, il film l’ho ascoltato più che guardato, ed è stato proprio qualcosa che ho sentito che mi ha fatta pensare. Ad un certo punto del film, Meg Ryan è costretta a vendere la piccola libreria, ereditata dalla mamma, perché non è in grado di competere con il colosso che ha aperto la grande libreria Fox, si sfoga scrivendo al suo amico di mail, lo sconosciuto NY152, (che altri non è, se non lo stesso Tom Hanks), a lui racconta di quanto sia triste e di quanto le sia costato fare questo passo. -…qualche sciocco che probabilmente penserà che è un tributo da pagare a questa città, il fatto che ti cambi continuamente sotto gli occhi, in modo tale che non ci puoi mai contare…- tutto cambia, tutto si evolve e noi dobbiamo evolverci con esso, o dobbiamo accettarlo.

Sono consapevole che tutto quanto ci circonda sia in continuo movimento, ma ci sono momenti in cui mi chiedo, forse spinta dalla nostalgia, se c’era davvero bisogno di cambiare, se le cose non potevano restare com’erano.

E’ vero, le città per piccole che siano, mutano continuamente, i piccoli supermercati di quartiere sono stati sostituiti dagli ipermercati, i cinema del centro dalle multisala, ogni cosa è diventata “grande”, “iper”, c’è stato il momento della viabilità e allora tutti a costruire tangenziali, rotonde per sostituire i vecchi incroci, al punto che non ci ricordiamo più che aspetto avesse la nostra città in quella determinata via o nei pressi di quella determinata piazza.

Treni che ti portano a centinaia e centinaia di chilometri di distanza in un battibaleno, perdendo così il panorama che si poteva scorgere dal finestrino, quando vedevi il paesaggio che cambiava davanti ai tuoi occhi fino a quando arrivavi a destinazione. Ma chi ha tempo per stare a guardare fuori dal finestrino? Mi sembra di sentirla , questa domanda, mentre state leggendo queste righe; nessuno oggi guarda più il cielo, nessuno guarda più le altre persone. Abbiamo fretta, sempre fretta, saremmo contenti se si potesse manipolare il tempo in modo da avere più ore a disposizione.

A me però piaceva fare la spesa nella bottega del mio quartiere, dovevi passare almeno tre negozi per portare a casa quello che serviva e ti fermavi almeno mezz’ora in ognuno, ma non perché c’era la fila alla cassa; mi piaceva quando, con mia madre, andavamo a trovare la signora Giulia, la casellante (perché i passaggi a livello non erano automatizzati) e aspettavo che arrivasse il treno, quante storie mi immaginavo osservando i passeggeri che si affacciavano al finestrino; mi piaceva quando si andava al cinema, quando ti staccavano il bigliettino rosa, verde, arancione, giallo, azzurro o bianco, che tenevi per ricordo, quasi fosse un evento eccezionale e tutto quello che ti potevi portare in sala erano le caramelle; mi piaceva quando si andava al mercato e la piazza era coperta di bancarelle e non dai tavolini dei ristoranti; mi piaceva quando in piscina (comunale) ci andavi per fare il bagno o i corsi di nuoto e non per fare l’idromassaggio o l’acquagym.

Sarò una nostalgica, sentimentale ma mi sembra che questa “evoluzione” ci tolga sempre più quella che è la nostra umanità. Vi ricordate (e qui mi rivolgo ai vecchietti come me) quando si ipotizzava un futuro in cui i robot avrebbero preso il posto degli uomini? Siamo noi che ci mutiamo in automi, non sono loro a prendere il nostro posto.

La protagonista del film è stata costretta a chiudere la sua attività, perché non poteva competere con la grande distribuzione, adesso che siamo avvezzi a questo mondo in cui tutto è “mega”, che siamo abituati al “tutto e subito”, in che modo dovremo pagare il nostro tributo al progresso? Quale sarà la prossima evoluzione?

– immagine presa dalla rete –

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